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L'anomia e la crescente fragilità dei giovani

Anomia letteralmente significa “senza norme, senza regole”. Questo costrutto diventò saliente nella società moderna, quando Durkheim, noto sociologo a cavallo di XIX e XX secolo, lo utilizzò per spiegare l’aumento dei comportamenti suicidari e devianti. L’autore attribuisce l’anomia al contesto sociale, colpevole di aver perso quel ruolo di guida e di riferimento dal punto di vista etico e morale. L’individuo cadrebbe dunque preda della disperazione, non avendo limiti da porre alle proprie ambizioni, ai propri desideri.

L’assenza di limiti e di criteri condivisi sembra riguardare anche la realtà contemporanea, laddove la complessità e la moltiplicazione delle possibilità hanno favorito la costruzione di una cultura fortemente individualista. Difatti, Renzo Carli (2017) ha proposto di rivisitare l’anomia come vissuto emozionale, di natura sia soggettiva che collettiva. Questo riguarderebbe il rifiuto, da parte delle persone, del proprio destino sociale, inscritto nelle varie appartenenze: quella religiosa, quella familiare, quella comunitaria.

Il rifiuto dei confini è una caratteristica dei nostri tempi, continuamente rinforzata dall’avanzamento tecnologico, dai canali di comunicazione sempre più sofisticati, dall’accessibilità ad ogni tipo di informazione e così via. L’anomia sembra riguardare in particolare i giovani, il modo in cui essi si rappresentano la propria identità sociale, il modo in cui progettano il proprio futuro e interagiscono con i vari contesti. La perdita di criteri esterni comporta un atteggiamento fondato sull’onnipotenza e sull’avidità, laddove la propria fantasia diventa strumento di scelta e di verifica.

L’onnipotenza e l’avidità sono caratteristiche del bambino piccolo, nella fase in cui egli ancora non si è differenziato dalle proprie figure di accudimento. Nei giovani, però, questi sentimenti causano isolamento, solitudine, aridità emozionale. Abbiamo già parlato degli Hikikomori, delle tendenze suicidarie, della migrazione dei laureati, della disoccupazione. I giovani di oggi subiscono continue frustrazioni alla loro hybris, alla tracotanza fondata su valutazioni erronee dei propri limiti e delle proprie risorse.

All’interno di questo quadro la realizzazione sembra essere raggiungibile solo attraverso uno stile di vita avido, in cui contano il successo, il denaro, la fama, il potere, l’esteriorità, il possesso. L’università è diventata un’istituzione di massa, in molti casi trampolino di lancio per elevarsi in classi sociali più agiate di quella dei propri genitori. A farne le spese sono l’effettiva ricerca di una competenza e di una vocazione, in una corsa all’oro in cui vengono agite fantasie di fretta perenne, del fare compulsivo, di emulazione di “chi ce l’ha fatta” a prescindere dalle possibilità di partenza.

Questa mentalità è facile preda della frustrazione, della disillusione, di una disconferma dell’onnipotenza. Quando le aspettative su di sé sono disancorate dai vincoli della realtà, non viene contemplato l’insuccesso, non si costruisce uno spazio di pensiero per il monitoraggio e la manutenzione della propria crescita, semplicemente si rimane in balìa degli eventi.

L’anomia è un universo emozionale di smarrimento, di isolamento, di intolleranza. Siamo in linea con la proposta di Carli, che individua nella competenza, nella creatività e nell’ironia le chiavi per superare il vissuto anomico. La competenza crea uno sviluppo in rapporto alle risorse disponibili, la creatività consente di trovare il proprio stile in ogni situazione, l’ironia permette di distanziarsi dal controllo, dalla smania di possesso e da reazioni depressive di fronte al fallimento.


Fonti

Carli R., (2017), Il ripiego. Una fantasia incombente (The fallback. An impending fantasy), Rivista di psicologia clinica, 2, 5-24

Durkheim E, (1897), Il suicidio. Studio di sociologiaBiblioteca Universale RizzoliRizzoli

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