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Le 2 regole per una comunicazione consapevole

La comunicazione oggi è un problema. Potrebbe essere invece una grande risorsa, in quanto la moltiplicazione dei canali ha permesso di comunicare praticamente ovunque, con chiunque, in qualsiasi momento. Invece, piuttosto che aumentare la comprensione reciproca, sembrano essere dilagati i silenzi, i conflitti, gli equivoci.

Parlare di comunicazione è quindi attuale, ma soprattutto necessario. All’interno del vasto panorama di criteri, consigli e ricette per la “buona comunicazione”, abbiamo scelto di esplorare gli assiomi proposti a suo tempo da uno dei pilastri degli studi in questo campo: Paul Watzlawick. In particolare, illustreremo i primi due dei cinque punti proposti dall’autore:

  • Non si può non comunicare
  • Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione

Secondo il primo assioma la comunicazione è assimilabile al comportamento. Tutto ciò che facciamo in rapporto ad altre persone, che sia di natura verbale o non verbale, non può essere scisso dall’intento comunicativo che stiamo agendo; ogni comportamento contiene un messaggio. E così il silenzio, l’isolamento e la passività. Anch’essi sono codici attraverso cui si possono ricavare informazioni importanti, ovviamente da contestualizzare nel rapporto tra le persone che costituiscono lo specifico sistema.

Arriviamo così al secondo punto. Molto spesso sentiamo parlare di “comunicazione efficace”. Questa accezione semplifica l’aspetto relazionale implicito in ogni tipo di comunicazione, e si focalizza prevalentemente sulle modalità di trasferimento dei contenuti. Definire qualcuno come “bravo comunicatore” vuol dire tralasciare il processo interazionale, poiché questo viene trattato come una trasmissione univoca, ad una via, dalla persona X alla persona Y. La comunicazione, invece, è sempre parte di un processo di contrattazione e di definizione della relazione.

Il contesto è in quest’ottica l’elemento principale, perché consente di attribuire un significato sia al contenuto esplicito che agli elementi che riguardano i rapporti interpersonali. Quando si considerano, d’altra parte, soltanto il “mittente” e il “ricevente”, si perdono gli aspetti semantici legati al qui ed ora, fondamentali invece per riuscire a dare un senso alla comunicazione stessa.

Questi due assiomi sono utili per riprendere la provocazione con cui abbiamo aperto l’articolo: la comunicazione oggi è un problema. Pensiamo in particolare ai rapporti di intimità, come possono essere quelli tra genitori e figli, tra fratelli, tra amici o tra partner. Molti dei problemi relazionali nascono da una comunicazione patologica, conflittuale, passivo-aggressiva.

In questi casi i contenuti restano sullo sfondo, e comunicare diventa un braccio di ferro in cui si cercano di ridefinire costantemente i ruoli, in cui si attivano giochi di potere, in cui vengono espresse dinamiche di possesso, obbligo, provocazione e così via. Vengono attuati meccanismi di evitamento, di rigetto, di svalutazione dell’altro, senza che ne venga esplicitato il contenuto o la motivazione, impedendo così alla controparte di poter ribadire, se non sul piano della relazione, con modalità distruttive di difesa e contrattacco.

La buona comunicazione è responsabile, poiché si prende cura di ogni punto di vista, e ne riconosce l’importanza nella definizione del contesto condiviso. La buona comunicazione è costruttiva, non languisce in una cronica accentuazione del problema, ma è un tentativo di comprendersi, di contestualizzare quello che sta accadendo nel rapporto al fine di trovare una soluzione.


Fonti

Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson Don D. (1971), Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma

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