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Memoria: alcuni aspetti della connessione digitale nell’esperienza delle relazioni

L’origine della memoria risale alla creazione di un legame fondamentale per la nostra sopravvivenza, quello con la madre biologica che ci ha tenuti in grembo.

Il feto, durante la vita intrauterina, viene a contatto con i gusti, gli odori e i suoni esterni e sviluppa precocemente la capacità di percepirli e discriminarli. Conosce il gusto del latte materno e può distinguerlo da altri [Clark-Gambelunghe et al 2015]. Una volta nato, il bambino conserva le memorie dell’odore e della voce della mamma, ma anche di quelle del papà o delle figure significative nell’ambiente. Può addirittura riconoscere la prosodia di una storia che gli è stata letta durante il periodo di gestazione, così come il ritmo di una canzone. [DeCasper, A. J., & Spence, M. J. (1986)]

Queste abilità rendono il neonato pronto e disponibile a ricevere le cure e l’amore necessari per la sua crescita. In psicologia si parla di diade madre-bambino, un’unione spesso esclusiva. Nei primi anni di vita, non siamo tanto dissimili dai piccoli nel marsupio di mamma canguro, finché non sviluppiamo le capacità di “saltare fuori” e ricordare la mamma (intesa come la figura che ne assolve il ruolo) anche quando non è lì davanti, disponibile.

Tenersi a mente e tenere a mente l’altro, interiorizzare le relazioni, sono qualità fondamentali per la riuscita di un sano sviluppo e il mantenimento di una relazione.

Tenersi a mente reciprocamente richiede la capacità di creare una memoria condivisa, transattiva, cioè un sistema condiviso per la codifica, l'archiviazione, e il recupero delle informazioni (Wegner, 1986; Wegner, Giuliano e Hertel, 1985) Uno studio di Wegner e colleghi del 1991 evidenzia che, nelle relazioni interdipendenti, la memoria condivisa è un elemento chiave in cui più la coppia si conosce reciprocamente e più risolve conflitti interni ed esterni alla coppia stessa.

L’avanzamento della tecnologia si sta ritagliando un ruolo nella comunicazione tra gli individui e propone soluzioni che veicolano le relazioni interpersonali. Tuttavia, la connessione digitale è simultanea e crea delle conseguenze: diminuisce la possibilità di creare una memoria della relazione e inficia la capacità di separarsi dall’altro. Il ruolo dell’individuo è nella scelta di accettare, oppure no, la simultaneità. Poiché l’individuo si conforma spesso alla velocità della connessione digitale, si potrebbe ipotizzare che la relazione con lo smartphone sia un tentativo di ricreare la relazione fusionale madre-bambino, proprio quella che ha garantito la sopravvivenza. Come mai uno smartphone sembra utile alla sopravvivenza?

Di questi tempi, tenendo tra le mani un telefono, non si tiene in mano solo un artefatto culturale come lo sono stati i libri o il quotidiano. Sebbene anche i libri abbiano modificato le flessibili connessioni neurali del cervello, hanno anche costituito una fugace dissociazione dalla realtà personale, un modo per poter assentarsi anche solo temporaneamente. Il telefono invece permette una connessione potenzialmente continua con il proprio universo significativo in modalità virtuale.

Uno studio di Betsy Sparrow e colleghi dimostra che Internet è diventata la fonte preferita a cui affidare la memoria transattiva e il canale privilegiato per condividere informazioni. Ad esempio, quando si effettua una ricerca, si ricorda l’informazione solo nel caso in cui non si può recuperare e quindi ci si affida al fatto che sia sempre disponibile. Abbiamo imparato un nuovo assioma, cioè “Internet sa,” ed è sicuro che sia sempre a portata di mano. Di fatto, è stata spostata una parte di sicurezza personale sull’oggetto in cui c’è Internet. Di conseguenza, staccarsi dai dispositivi tecnologici appare sempre più complesso al punto che, dal mio punto di vista sembra essersi instaurato un rapporto simbiotico, percepito come utile alla sopravvivenza e che sfocia nell’iper-connessione.

Sembra che ogni adulto viva una relazione regressiva con il suo smartphone, e che le relazioni in presenza fisica vengano inglobate all’interno di Internet con la pretesa che assumano gli stessi connotati come disponibilità immediata e rassicurazione. Alla luce di ciò, cosa rimane dell’inaccessibilità che caratterizza l’adulto? Sembra che l’iper-connessione, volta a soddisfare un bisogno relazionale d’appartenenza, stia minando l’opportunità di separarsi e ricordarsi al fine di garantire anche uno spazio per appartenere a se stessi.

Nell’ottica di preservare la memoria transattiva e la maturità relazionale, un passo imprescindibile sembra essere quello di mantenere o ritrovare il distacco in un tempo di silenzio e di presenza a sé stessi.

“Poi è più facile. Ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile.”  – Bojack Horseman

E allora, teniamoci a mente.


 

Bibliografia

DeCasper, A. J., & Spence, M. J. (1986). Prenatal maternal speech influences newborns' perception of speech sounds. Infant behavior and Development9(2), 133-150.

Clark-Gambelunghe, M. B., & Clark, D. A. (2015). Sensory development. Pediatric Clinics62(2), 367-384.

Wegner, D. M., Erber, R., & Raymond, P. (1991). Transactive memory in close relationships. Journal of personality and social psychology, 61(6), 923.

Sparrow, B., Liu, J., & Wegner, D. M. (2011). Google effects on memory: Cognitive consequences of having information at our fingertips. science, 333(6043), 776-778.

Author: Michela BiancaEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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